Il vero nome di questo compositore americano è Alan Margolis. Musica elettroacustica, la sua. Con voci umane campionate oppure voci "al naturale", e sono più spesso dei parlanti che si sentono appena nell'assorto scorrere di nastri di suono. Con suoni di computer, di sintetizzatori, di campane a vento, come in Chimes, uno dei 4 brani contenuti nel CD, suoni dell'ambiente (canti di uccelli in Accidentally Angelica, il brano più lungo). In Chimes viene utilizzata in una vera e propria melodia la voce campionata del grande baritono Thomas Buckner. Ma l'idea musicale di If, Bwana non è affatto quella della varietà o dei contrasti o di un magma sonoro accidentato: la sua è un'idea della fissità, di suoni unici lunghissimi di base che creano uno stato di ipnosi. Musica dell'estasi e dell'artificialità tecnologica.

(Mario Gamba - ALIAS/Il Manifesto)

If, Bwana è la strana creatura di Al Margolis, artista attivo sin dai primi anni ottanta e con alle spalle una mole enorme (circa 300) di lavori usciti solo su cassetta, all’insegna della più intransigente estetica DIY; nonché titolare della label Pogus fondata assieme a Dave Prescott e Ken Montgomery e che ha nel proprio catalogo diverse opere di Pauline Oliveros, tanto per fare un nome importante. 'Fire Chorus' è un disco scarno, molto scarno, quasi scheletrico nella sua essenza essiccata e dissanguata. Musica elettroacustica/minimalista che si muove come uno spettro su piani di desolazione quasi assoluta, dove ogni forma di vita è stata spazzata via anche se i ricordi di ciò che è stato continuano a riaffiorare deformati in superficie. Solo quattro lunghe composizioni, con allegre atmosfere da deprivazione sensoriale e internamento forzato, in cui la realtà si confonde con gli incubi più spaventosi. La materia sonora che anima il progetto è costituita essenzialmente dalle trasfigurazioni sinusoidali del sintetizzatore Arp di Margolis a cui si sovrappongono di volta in volta campionamenti di varia natura (ma principalmente voci umane), ed essenziali inserti di strumenti acustici. Le composizioni in qualche modo più classiche e riconducibili agli esperimenti tipici dei pioneri del minimalismo elettronico (mi vengono in mente i lavori al sintetizzatore di Charlemagne Palestine) sono posti in apertura e chiusura del disco con Chimes e Accidentally Angelica. Il primo è tutto sommato il brano meno interessante, una sottile onda sonora che si riavvolge su stessa, realizzata riprocessando 8 tracce di campane a vento a cui verso la fine si aggiunge quello che sembra il campionamento di una traccia vocale che diventa una sorta di canto raga. Più significativo Accidentally Angelica, anche questo inizialmente sibilo di suoni circolari che però a poco a poco crescono, si stratificano, e diventano un magma ronzante e scuro in espansione continua a base di Arp 2600, violoncello d’acciaio e richiami per uccelli. In mezzo a queste due composizioni, un viaggio nel mondo degli inferi, che inizia con i respiri malefici in effetto panning di Fire Chorus e si conclude con l’orchestrazione di clangori industriali e nebulose di voci di Day 8: McKenna’s Brain, vero e proprio maelstrom d’angoscia e morte. “Lasciate ogni speranza o voi che entrate.”

(Alfio Castorina - Kathodik)

Il problema più rognoso, ogni volta che devi fare una recensione, è come iniziare: dal disco, dal musicista, dall’etichetta, dal genere musicale… Alcune volte, come nel caso di questo CD, ci sono dischi su cui hai tante cose da dire, eppure ci giri intorno per giorni interi, li ascolti per settimane, finché la lampadina non s’accende e le dannate prime parole non si formano, dal niente, sulla tua mente. A volte sei lì che stai per afferrarle ma poi, maledizione, ti sfuggono, volano via. Se riesci ad individuare un buon inizio il resto viene poi da se, automaticamente, mentre un cattivo inizio porta ad una recensione senza corpo e, ancor peggio, senz’anima. Eccomi qua, da dove iniziare: dall’etichetta, dal disco, dall’autore… Senz’altro dall’autore.
Chi si nasconde mai dietro a un nome così singolare (inutile che stia a spiegarne l’evidente significato)? I più scafati sapranno già che If, Bwana altri non è che il boss della Pogus, cioè Al Margolis… ed ecco che la prima chance è andata già sprecata. Inutile aggiungere altro.
Ricominciamo da zero. Penso che questo “Fire Chorus” sia, accanto a “Ora” di Gianfranco Pernaiachi e “Battimenti” di Pietro Grossi, il miglior disco della Ants (considero John Cage un fuori categoria)… e adesso? Lo sviluppo del discorso è di nuovo fermo.
Eppure una chiave ci deve pur essere…
Forse sta nel descrivere la struttura dei brani, in buona parte rivista a più riprese, corretta, tagliata e modificata, fino a queste versioni che facciamo fatica a vedere come realmente definitive e che, in quanto tali, sprizzano vita da tutti i pori… o forse è nella voce umana, che domina la maggior parte del disco, manipolata, scomposta, magari non in evidenza, e proprio per questo protagonista, caratterizzante, in questo suo miscelarsi al suono/ai suoni, ché altrimenti sarebbe semplicemente testo. Ma voglio sgombrare subito il campo descrivendo l’unica eccezione, cioè Accidentally Angelica, un brano in cui non c’è alcun utilizzo della voce. Si tratta di un motivo molto complesso, che nella sua forma originaria (I, Angelica) ha dato il titolo ad un CD nel quale non è stato però incluso, e che è andato soggetto, negli anni, a una serie di modifiche e varianti. La costruzione è essenzialmente elettronica ed è basata su più strati, con alcune parti che finiscono per ricordare richiami di corni, trombe e tromboni, reali o fittizi, in un crescendo da cardiopalmo nelle cui viscere è comunque avvertibile la presenza di un alito umano. Chimes, il brano che preferisco, è una struttura lineare per otto tracce circolari di campane a vento e la voce di Thomas Buckner, montate in una fenomenale sequenza ambrata d’oriente dove la voce baritonale campionata, seppur limitata alle battute finali, svolge un ruolo fondamentale di orientamento e sigillo. In Fire Chorus le voci processate danno vita ad un’esperienza più orgiastica, da inferno dantesco, disciolte come sono in un coagulo di campioni sonori che da forma ad una specie di bestiario. Day 8: McKenna’s Brain è l’unico brano in cui una voce recitante si fa quasi intelligibile, afflitta però da stridori di corde e glissandi sintetici, nella sequenza più dissonante di tutto il CD.
Se, come spiega l’autore nelle note di copertina, buona parte di questo materiale proviene dalla rifinitura di scampoli inizialmente mal riusciti, la tessitura finale non dà segno di ciò e, senza inganno alcuno, può essere contrabbandata come un manufatto di stoffe pregiate.

(Etero Genio – SANDS)

Al Margolis oltre ad essere il "patron" della Pogus, una delle più interessanti etichette d'avanguardia americane, è anche un compositore assolutamente originale, che sotto l'alias di If, Bwana ha ormai inciso una svariata quantità tra cassette autoprodotte (anni addietro) e cd. L'ultimo in questione esce per la nostrana Ants e raccoglie quattro diversissime composizioni che confermano ancora una volta l'estro eclettico di Margolis. I 13 minuti di Chimes in apertura, per otto tracce circolari di campane a vento ed una traccia con la voce campionata di Thomas Buckner, fanno parte di un gruppo di composizioni titolato Wind Forks and Tuning Chimes. Un’ipnotica reiterazione con i riverberi delle campane ad espandere nell'etere una delle più belle pieces post-minimaliste ascoltate recentemente. Fire Chorus e Day 8: McKenna’s Brain, di seguito, offrono percorsi più accidentati e complessi, meno facili all'ascolto se vogliamo, ma non privi d'interesse. Del resto lo stesso compositore ne dichiara l'esistenza tormentata. Fire Chorus per esempio è stata estrapolata da Railway Station Fire, un lavoro del 92.
Le voci sorgenti sono state processate più volte e poi abbandonate e per essere onesti il brano non ha mai funzionato veramente bene, ci racconta Margolis nelle note di copertina. Ma poi egli ci torna su nel 2000 e combina quel pezzo con un altro lavoro, utilizzando il programma "Sound Forge", fino a giungere con altri ritocchi finali alla versione definitiva. In chiusura Accidentali Angelica è un altro magnifico "incidente"; suite-bordone di 21 minuti per ARP 2600 e steel cello, ed ancora un processo combinarono a partire da lavori falliti o incompleti, riuniti insieme pet accidente appunto. Oltretutto deriva dall'originale "I Angelica" e doveva far parte dell'omonimo disco uscito qualche anno fa, divenendo infine altro progetto nel progetto. Ma anche così la sua capricciosa bellezza non si discute. La conferma, se necessario, di un talento della composizione contemporanea.

(Gino Dal Soler - Blow Up)

If, Bwana is a New York electro-acoustic composer, Al Margolis, who has been fashioning his own idiosyncratic works for more than two decades. Fire Chorus is a selection of material dating back to 1992 that has been re-worked and edited, some of it existing in different forms and lengths.  "Chimes” is eight tracks of wind-chime loops and sampled vocals courtesy of experimental vocalist Thomas Buckner. These multi-track single-note drones pulse but never waver, existing in stasis even as each new slightly modulated frequency is introduced, stacked on top of the original drone. By the eight-minute mark, Buckner’s woeful muffled monotone is introduced as the low intonation of chanting monk lost in the wilderness looking for his monastery. The title track is a chorus of panning, layered, and processed voices of Margolis and three of his friends manipulated in every manner possible—filtered, looped backwards, compressed, slurred, cut up, and drawn out—until they drown out each other in a blurry sea of unintelligible garbles. "Day 8: McKenna’s Brain” is in the same spirit as "Fire Chorus,” with spoken-word vocals, prepared strings, guitar, and Margolis on Arp synthesizer, though with more of an old-school industrial tenor to it, with scrapping, clanging, and banging that mimicks the blast furnace of a steel plant. According to Margolis, "Accidentally Angelica” is two or more drone tracks played back non-synchronously on Arp 2600 and steel cello. It kicks off with a flat-line bass drone that’s like the call of a horn through a misty, fog-drenched mountain valley, followed by high-pitched dissonant metallic vibrations. These run in parallel until the metallic frequencies fluctuate in intensity and strength over the steady bass drone. Then, unexpectedly, bird sounds crop up and the last half of the piece is akin to having a bird sanctuary next to a major city airport where 747s take off 24/7.

(Richard Moule - Grooves Magazine)

My crazy buddy Jérôme Génin of Fractal Records, formerly based in the leafy suburbs of Neuilly sur Seine but recently relocated to Tokyo (it seems), when pushed to come up with one adjective to describe the music he loves, invariably plumps for "underground" (pronounced with peculiar French relish  "oondergrrond"). It's an epithet tailor-made for the work – and life, perhaps – of Al Margolis, both as one of the prime movers in the legendary cassette underground scene of the 1980s (between 1984 and 1991 his Sound Of Pig label released over 300 cassettes of music by the likes of Merzbow, Costes, Amy Denio, John Hudak and Jim O'Rourke) and as the éminence grise behind twenty years of music under the name If, Bwana (the name itself an acronym for "It's Funny, But We Are Not Amused"). The earliest manifestations of If, Bwana were (still are, I believe, if you contact Al and send him a few dollaz) released on S.O.P., and subsequently on the Pogus imprint he founded in 1989 with Gen Ken Montgomery and Dave Prescott (who soon went off elsewhere and left Margolis in charge), but more recently, Bwana product – a word Margolis would surely despise, but what the hell – has appeared on other distinctly underground labels in the kind of limited editions followers of Margolis's music like myself have grown to love.
That said, the Italian Ants label is not one of yer home made burn-a-CDR-and-stuff-it-in-an-old-sock operations (shot out to Dr Chadbourne there); since its inception a couple of years back Giovanni Antognozzi's imprint has shepherded into circulation the music of lesser-known but important figures including Albert Mayr, Pietro Grossi, Tom Johnson and David First in beautifully produced editions. Fire Chorus continues the exploration of the fertile territory Margolis discovered on 2001's Pogus double CD I, Angelica (a perfect gateway into the wild and wonderful world of If, Bwana, if you're looking for one), but its opening track, in which eight layers of drones derived from looped recordings of wind chimes enter one by one followed by a vocal loop (of baritone Thomas Buckner), is perhaps atypical of Margolis' work, if only because its structure is so straightforward and transparent. Bwana music generally features Margolis on a wide range of instruments (violin, guitars, trumpet, trombone, Moog Rogue, Akai S-612 sampler, Yamaha DX-9, Korg Guitar Synth, ARP 2600, plus any number of odd instruments and tape recordings thereof), sometimes accompanied by friends including Dan and Detta Andreana, Debbie Goldberg and Adam Klein. It's often dense and sprawling, layering fragments of voices, instruments and electronics, improvised or otherwise, on top of thick, rich drones. Margolis usually starts with a pre-compositional plan and, as he says, "whether the track ends up as planned (which sometimes it does) or if it sometimes takes on a life of its own - or, perhaps more accurately, heads down a different path, most of my work tends to come together fairly quickly. I rarely have a piece that eludes completion for years." "Fire Chorus" and "Day 8: McKenna's Brain", though, did just that – Margolis spent years off and on worrying over "The Railway Station Fire" (1992, on I, Angelica), stripping out the backing tracks and adding and recombining other voices. "Day 8" features extracts of Adam Klein's vocals as well as contributions from Adam Bohman (another great underground legend – time to do something on Morphogenesis methinks), in what sounds like a late 60s archive recording of John Cage's songs accompanied by AMM. The closing "Accidentally Angelica" returns to Margolis's beloved ARP 2600 drones, overlaying them with instrumental improvisations and recordings of birdsong. It's as if one of Eliane Radigue's pristine works had been left out in the garden to accumulate a layer of sonic moss and dirt. In short, it sounds like nothing else you've ever heard.

(Dan Warburton - Paris Transtlantic)

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