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Questa volta la Ants
supera davvero se stessa: l'etichetta romana (emanazione del
distributore Silenzio), pubblica in due CD stipati di musica due
capolavori riconosciuti di John Cage (Four
Walls e le Sonate
e Interludi per piano preparato)
eseguiti dal pianista statunitense Joshua Pierce, cui si aggiungono
brani poco noti o mai pubblicati.
In più, la sobria confezione in bianco-nero (con
significativo corredo fotografico) contiene puntuali note - in
italiano, francese e inglese - scritte da rinomati musicologi quali
Michele Porzio e Eric Salzman, la cui accuratezza fa perdonare qualche
piccolo refuso.
Four Walls,
composto nel 1944 per una coreografia di Merce Cunningham, è
stato oggetto di (tardiva) riscoperta critica e discografica soltanto
nell'ultimo decennio, pur rivestendo un'importanza fondamentale nel corpus
dell'opera di Cage. Parallelamente, infatti, alle sperimentazioni
condotte sul rapporto suono/rumore nei lavori per piano preparato (da Bacchanale
del 1938 sino al coevo A Book
of Music), nei primi tre Landscapes
e nelle opere per percussioni (in cui entrano in gioco anche innovative
ricerche metriche), con Four
Walls si inserisce nella poetica
cageana - per non abbandonarla più - un elemento nuovo e
antico come la musica (anzi, persino anteriore): il silenzio. Non
è più il silenzio "vuoto", proprio del pensiero
razionalista occidentale, di Webern, non ancora quello "pieno",
ispirato dal buddismo Zen, di 4'33'':
in Four Walls
si affaccia piuttosto l'idea del tempo come parametro fondante e
unificante della polarizzazione fra suono e silenzio, ambigui
protagonisti di un sofferto contrasto fatto di brevi giustapposizioni,
di improvvise pause, di drammatici squarci che lacerano il tessuto
discorsivo.
Lasciano ancora attoniti a distanza di sessanta anni esatti, ad
esempio, con il loro carico di tensione irrisolta, le quarantaquattro
battute vuote che interrompono la martellante sequenza ritmica della
prima "Dance" o le trentatré (su sessanta complessive della
scena XII) sulle quali si proiettano fasci di luce-suono soffusa ed
evanescente. Di grandissimo pregio è l'esecuzione di Joshua
Pierce (di cui già si apprezzano numerose incisioni della
musica cageana, registrate soprattutto per l'etichetta tedesca Wergo),
attento a rendere al meglio la poesia dei suoni sia nella
concatenazione melodico-armonica modaleggiante (vicina allo Satie delle
Gymnopédies)
sia nell'aspetto timbrico: gli attacchi, le risonanze, le dinamiche, le
durate hanno ciascuna una propria pregnanza espressiva; in tal modo,
peraltro, viene sottolineata per contrasto la trasparenza del silenzio
e, pertanto, restituita tutta la trattenuta - ma sempre latente -
drammaticità del brano.
L'autore di Four Walls
- come annota, senza cadere nell'aneddotica spicciola, Michele Porzio
nel capitale Metafisica del
silenzio. John Cage. L'Oriente e la Nuova Musica
(pubblicato da Auditorium Edizioni nel 1996) - è, infatti,
un Cage affetto da disturbances
of mind: la sua mente
è costretta tra "quattro mura" da una profonda ferita
affettiva.
Pur essendo ancora di là da venire la frequentazione delle
filosofie orientali (con le annesse conseguenze sul piano esistenziale
e artistico), alla musica viene attribuito un implicito significato
spirituale e in senso lato terapeutico: alla composizione - e a questa
composizione in particolare: alle violente scansioni percussive, alle
iterazioni insistite, agli abbandoni estatici, alle enigmatiche
interruzioni - è come sottesa una sorta di liberazione
catartica da una lacerazione tutta interiore, esplorata nelle sue varie
sfumature emotive e stemperata solo nel canto silenzioso o in quello,
dolce e dolente, dei versi di Merce Cunningham ("dolce
amore, dolce amore/la mia gola gorgoglia/la bocca mistica mi rende
agile.").
Nemmeno una di queste vibrazioni dell'anima si perde
nell'interpretazione passionale del tenore Robert White, che riesce
nell'impresa - tutt'altro che facile -di non far rimpiangere la celebre
interpretazione incisa dal soprano Joan La Barbara - con Margaret Leng
Tan al piano - per la New Albion. Un'esplorazione (o, meglio, una sorta
di autoanalisi) che non si risolve, però, in un
descrittivismo naturalistico e men che meno razionalisico, ma si
traduce piuttosto in un'indagine "esperienziale", nella quale,
cioè - per riprendere le acute osservazioni di Porzio - "invece
di riflettere i sentimenti e le emozioni da cui è
attraversata, la mente guarda dentro se stessa".
La mente, o piuttosto il suo percorso verso lo stato di quiete, il solo
in grado di purificarla dalle nove situazioni emotive perturbanti
individuate dalla tradizione indù - con la quale il
compositore era entrato in contatto nel 1945 tramite gli scritti di
Ananda K. Coomaraswamy - è al centro anche delle Sonate
e Interludi, composte tra il
1946 e il 1948. Ogni suono, ogni sottigliezza timbrica di quest'opera, summa
delle possibilità del pianoforte preparato, vengono evocati
dal pianismo sensibile di Pierce, complice l'estrema accuratezza di
questa registrazione, effettuata dal vivo presso la New York University
(priva, tra l'altro, delle imperfezioni che penalizzano l'incisione
moscovita pubblicata dalla Solyd Records e recensita qui).
Una versione di grande chiarezza, quindi, accostabile a quelle dei vari
Yuji Takahashi, Giancarlo Cardini, Philipp Vandré, Steffen
Schleiermacher o dello stesso Pierce (al 1975 risale un'altra
registrazione, effettuata direttamente in studio, per la tedesca
Wergo), che ha il pregio ulteriore di evitare il freddo e frettoloso
meccanicismo di altre esecuzioni inferiori a questo ristretto novero.
Per quanto difetti un po' della magia irradiata dalle estatiche
dilatazioni temporali presenti nell'interpretazione storica di Maro
Ajemian, rivive quasi ovunque lo stupore generato nel compositore
dall'estemporanea scoperta di nuovi colori sonori, reperiti, senza
pretese di sistematizzazione o di concettualizzazione",
così come si scelgono le conchiglie mentre si passeggia
lungo una spiaggia" (in questi
termini si esprimeva lo stesso Cage).
Fra le due grandi conchiglie si incastonano piccole, ma preziosissime,
perle, alcune mai incise su CD o addirittura in prima registrazione
assoluta.
Nel primo CD si apprezza il fascino avventuroso dei brani per danza
quali Primitive
(pervaso da una insinuante propensione cinetica, accentuata dalla
preparazione del piano in senso distintamente percussivo), In
the Name of the Holocaust (con
interventi sulle corde à
la Henry Cowell nella prima
parte, dal carattere misteriosamente incantato, e violenti clusters
nella più densa e accesa seconda sezione).
Illuminanti sono gli inediti Our
Spring Will Come (1943), che
offre un'ormai ampia documentazione delle timbriche del piano
preparato, il Prelude (Piano
Sextet) for Six Instruments in A Minor
(scritto nel 1946 e qui eseguito dall'American Festival of Microtonal
Music Ensemble), i cui tratti assorti non dissimulano complicate
strutture metriche irregolari, e l'embrionale Quest,
del 1935, un minuto e un secondo di simmetrie dodecafoniche apprese
negli anni di apprendistato con Schoenberg, ma applicate in maniera
tutt'altro che pedissequa (come potrebbe essere altrimenti nel caso di
Cage?).
Impreziosce il secondo CD, più che il vitalismo ritmico di
brevissimi lavori composti per le coreografie di Merce Cunningham (si
tratta di Spontaneous Earth,
di The Unavailable Memory of
per piano preparato e dei due pezzi, prodromici al balletto The
Seasons, scritti nel 1946 per
piano "convenzionale", ma non certo convenzionali nella forma,
continuamente lacerata da silenzi, suoni singoli o "aggregati"
isolati), più dell'esecuzione della nota Music
for Marcel Duchamp (alla quale
si può imputare una certa meccanicità, che rende
preferibile la fascinazione lenta, quasi edonistica, della versione
Cramps di Juan Hidalgo), la presenza di alcune gemme grezze di un
talento poco più che ventenne. Negli inediti Three
Early Songs del 1933 - intonati
con vibrante calore interpretativo da Robert White, accompagnato dal
tocco lieve di Pierce - l'estro cageano gioca, infatti, liberamente con
le alchimie verbali di Gertrude Stein, mentre la spontaneità
un po' ingenua (particolare marginale, in fondo, tanta è la
vitalità e la freschezza!) del gusto melodico respira tra le
linee contrappuntistiche dei coevi Three
Early Pieces . A rendere
compiuto questo variegato "ritratto dell'artista da giovane"
contribuiscono i due pezzi per piano del 1935 (riveduti nel 1974),
ispirati all'ascendenza schoenberghiana riguardo all'organizzazione dei
materiali, ma connotati da un certo grado di indeterminazione (non
ancora sistematizzata, come sarebbe invece avvenuto nei decenni
successivi), che si concreta nell'assenza di indicazioni puntuali per
l'esecuzione: la personalità e l'esperienza di Joshua Pierce
giocano qui un ruolo fondamentale, assicurando
l'espressività timbrica e dinamica necessaria.
Che altro si potrebbe pretendere da questa più che
esauriente "raccolta" (termine quanto meno riduttivo), sicuro e solido
punto di partenza sia per coloro che volessero affacciarsi,
incuriositi, alla poetica di Cage sia per chi, già iniziato
ad essa, desiderasse sondarne qualche percorso finora poco (o per
nulla) esplorato?
(Ermes Rosina
- All About Jazz)
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Sembrerebbe facile,
sulla carta, fare l’ennesimo buon disco di John Cage, tanta
è la qualità e la quantità di
materiale che il geniale musicista ha lasciato. I rischi, in
realtà, sono alti, e non basta affidarsi ad un buon
esecutore per dribblarli completamente. Tante sono le interpretazioni
già fatte che c’è la
possibilità di aggiungerne d’inutili,
così come, visto che si tratta di un musicista storicizzato,
sono plausibili esecuzioni tecnicamente impeccabili, ma poco conformi
allo spirito del maestro.
“A Tribute” non corre questi rischi, innanzi tutto
perché l’esecutore è solito lavorare su
pagine cageane ed è considerato addirittura uno dei massimi
esperti in materia (è anche intestatario d’alcune
splendide esecuzioni pubblicate dalla Wergo). L’ambito
compositivo di sua pertinenza, poi, riguarda la musica per pianoforte,
e vale a dire una delle massime espressioni dell’arte
cageana. “A Tribute”, infine, è
essenzialmente una raccolta di ‘early works” e al
suo interno, accanto a materiale ultranoto, spiccano anche composizioni
che vengono pubblicate per la prima volta in CD, se non addirittura per
la prima volta in assoluto.
Tutte le composizioni risalgono agli anni ’30 e
’40, le prime al 1933 quando Cage aveva solo 21 anni, e fra
esse risaltano i primi lavori per piano preparato. Buona parte di
questi brani furono composti, e suonati dallo stesso Cage, come
accompagnamento per spettacoli di danza moderna, e credo sia noto a
tutti quelli che hanno un po’ di dimestichezza con il
compositore come egli abbia collaborato con i maggiori
coreografi/ballerini suoi contemporanei (Syvilla Fort, Merce
Cunningham, Pearl Primis, Jean Erdman…).
Le composizioni più note presenti nel doppio CD sono
senz’altro Four Walls
e le Sonatas And Interludes
For Prepared Piano, mentre fra
le novità più gradite c’è
una Quest
del 1935. Il brano, stando alle note di copertina, è
sottotitolato secondo movimento
e, secondo il musicologo olandese Paul van Emmerik, un primo
movimento era strutturato come
improvvisazione dove microfono, amplificatore ed altoparlante,
appoggiati su un tavolo, venivano sollecitati con differenti oggetti
sonori, tipo un orologio o dei giocattoli meccanici.
Come già detto si tratta di brani per pianoforte,
essenzialmente in solo, con l’unica eccezione delle Three
Early Songs, dove il pianista
accompagna la voce tenorile di Robert White, e del Prelude
(Piano Sextet) For Six Instruments In A Minor,
musica da camera per piano, violino, violoncello, flauto, tromba e
fagotto. La 9ª scena di Four
Walls, poi, è un
bozzetto esclusivamente cantato e affidato pure esso alle corde vocali
di White.
L’ascolto di questo doppio CD è consigliato
anche(soprattutto!) ai denigratori, n’esistono a bizzeffe di
simili teste di rapa, dell’opera di Cage.
L’utilizzo (inusuale) degli strumenti, di mood derivati dalle
tradizioni orientali e afroamericana, di sezioni ripetitive, di suoni
percussivi, di silenzi e rumori, il succo stesso di queste pagine fa
del loro autore un precursore di buona delle idee musicali in
consolidazione da 50 anni a questa parte. Ogni altra considerazione su
un musicista, e su un disco, indiscutibili può essere solo
banale e retorico. Buon ascolto.
(Etero Genio
- SANDS)
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