In his notes to Organ And Silence, composed in 2000 and performed here by Wesley Roberts, Colorado born composerTom Johnson writes: "Many composers talk about the importance of silence in music, but one does not actually hear much of it in the classical repertoire, or any other repertoire. In fact, silences longer than three seconds are extremely rare in all kinds of music." 

(…)

This accords with published statements by Sugimoto and Malfatti, yet Johnson's approach feels less radical. Once a student of Morton Feldman, he is concerned with how little he can notate and still sustain interest. This suggests a more generous concession to the audience, though Johnson admits a growing appreciation of silences as singular entities, along with a decision to "permit as much silence as possible, without allowing the music to actually stop". His piece lasts for 61'50" and begins with a flourish. The activity decreases, contained in sections of block chords or pure, relatively neutral tones played in repeated clusters, phrases or single bursts. Recorded in the Chapel of the Sisters of Loretto in Kentucky, the ambience (and instrument) courts ecclesiastical associations. Messiaen's organ meditations are never far away. Inevitably, this enfolds the debatable view that silence is somehow more spiritual than not-silence. Organ And Silence is a dramatically effective work, though it sits more comfortably within a tradition than Futatsu.
This is truly difficult music to analyse, or live with, though clearly there is a lot to be said. From this experiential and intellectual richness, I find it far more substantial than the work of an artist like Martin Creed, creator of The Lights Turning On And Off. We should pender on the fact that Creed might feasibly be argued over in pub talk, thanks to the Turner Prize, whereas near-silent music subsists at the far edges of obscurity. Something fucked up in the culture?

(David Toop - The Wire)

Innanzi tutto devo fare i complimenti alla Ants che, partendo in sordina e con pochi mezzi, si è ritagliata uno spazio importante a livello internazionale: due recensioni a tutta pagina firmate da David Toop, nell’arco del solo 2003, sulle pagine della rivista inglese "The Wire" non sono cosa di poco conto, soprattutto se ottenute con l’unica arma promozionale della qualità.
Con tutte le difficoltà del caso, a cui va incontro chi fa questo tipo di operazioni, la Ants si sta distinguendo per il recupero di alcune 'nuggets' che un discorso di pura commerciabilità costringerebbe, inevitabilmente, all’oblio.
Seppur poco conosciuto presso il grande pubblico, anche presso quello che segue la musica minimalista, Tom Johnson, transfuga statunitense che vive a Parigi, ha sulle spalle una carriera decennale, anche come giornalista, e dischi nel catalogo di etichette specializzate come la Lovely e la XI. Anni di ricerca sulla musica ripetitiva e su pratiche riduzioniste lo hanno portato, come spiega lui stesso, ad indagare sull’importanza del silenzio, e sulla sua valorizzazione, in una musica esteticamente 'classica'. L’opera in questione si compone di 28 brani per solo organo, solo 16 dei quali sono inclusi nel CD, e le registrazioni sono avvenute a Nerinx, nel Kentucky, utilizzando l’organo della cappella delle Sisters of Loretto. Le mani sono quelle, esperte, di Wesley Roberts, che ha eseguito più volte dei brani tratti dall’opera e, in un concerto del 9 Aprile 2001 durato due ore, anche l’intero ciclo. In primo luogo, mi sembra logico, "Organ And Silence" rappresenta il paese del 'bengodi' per gli appassionati d’organo, per quanto è indescrivibile la varietà di situazioni, e soluzioni timbriche, che vengono affrontate in un’opera che si annuncia come riduzionista. Lo stesso rapporto suono / silenzio viene poi (di)spiegato in innumerevoli aspetti, determinati da differenti sistemi di scrittura (magari supportati dall’utilizzo di regole matematiche). Come potete capire ce n’è di carne al fuoco, in "Organ And Silence", e ci sono anche numerosi motivi per avvicinarsi ad esso. L’unica cosa che non riesce a convincermi, e ho atteso a lungo prima di stendere questa recensione proprio per questo motivo, sta essenzialmente nell’utilizzo del silenzio, in quel a muro a muro che lo contrappone al suono. Mi sembra che la ricerca di Johnson si risolva in senso macroscopico, quando le ultime tendenze, vedi lo splendido "ORA" di Gianfranco Pernaiachi pubblicato proprio dalla Ants, sembrano ormai orientate a un’indagine di tipo microscopico… il silenzio c’è, ma non si vede. In pratica, silenzi più lunghi di tre secondi sono estremamente rari in ogni tipo di musica, queste parole dell’autore, riportate nel libretto, mostrano come egli guardi al silenzio in termini 'quantitativi', laddove la scommessa mi sembra essere oggi quella di un’azione 'qualitativa' a livello del suono, cioè quella di rendere il suono 'quanto più silenzioso possibile'. Per carità, si tratta del classico pelo nell’uovo che non scredita affatto la bellezza d’atmosfere e l’alta professionalità d’esecuzione, e di registrazione, che sottintendono a questa pagina, la quale, sia come sia, si propone pur sempre come storica.

(Etero Genio - SANDS)

Tom Johnson, compositore nato in Colorado 1939, già allievo di Morton Feldman, viene oggi annoverato tra gli esponenti più importanti del cosiddetto "minimalismo musicale": tra le sue opere più conosciute, risalgono agli anni '70 The Four Note Opera, per "quattro cantanti d'opera in cerca di compositore", i Private Pieces per piano, Failing, a very difficult piece for string bass; mentre più recenti sono Music for 88 e le Rational Melodies.
Johnson è anche un acuto critico musicale: per scaricare gratuitamente l'illuminante, e ormai storica, raccolta di saggi The Voice of New Music, basta connettersi al sito del suo editore Editions 75).
(...)

Organ and Silence s'intitola programmaticamente il CD, che presenta, nell'impeccabile e rigorosa interpretazione di Wesley Roberts, sedici dei ventotto brevi brani organistici che compongono l'intero ciclo (peccato non poterli ascoltare tutti!).
Forse possono esserci d'aiuto, per accostarci a una prima lettura di quest'opera, le note scritte dallo stesso compositore: "Sulle prime mi ero dato una regola per cui ogni brano doveva avere almeno ¾ di silenzio, ma più tardi decisi che avrei semplicemente consentito la presenza del maggior silenzio possibile, senza permettere alla musica di interromperlo veramente".
Silenzio che assurge, in effetti, a protagonista in quanto tale: come pacificata o, almeno neutra, assenza di colore; suono inteso quale elemento confondente, se non proprio dis/per/turbante.
La caratteristica linearità johnsoniana fondata su pochi suoni di intensità e densità variabile, modulata tramite microvariazioni e costruita con processi additivi e sottrattivi, si sfrangia con bruschi scarti dinamici, più spesso si disarticola in isole di vuoto.
All'ascolto non si avverte alcuna compenetrazione tra i due poli, oscillanti, piuttosto, in una dialettica continua, ma continamente - e scientemente - irrisolta.
Grazie ai consueti procedimenti combinatori, ne viene in risalto la reciproca, irriducibile, alterità: il frammento di partitura del XXIV brano riportato nel libretto ci mostra esemplarmente suoni di durata breve (gruppi di note semiminime e semicrome variamente combinate su ciascuno dei due manuali) racchiusi in battute da 7/16, sempre alternate (meglio sarebbe dire "separate", oppure "isolate", come da una sorta di cesura o frattura) a battute contenenti soltanto pause di semibreve con tempo in 5/2.
Difficile trovare appigli per raffronti con i tanti silenzi che ci "parlano" dal secolo scorso: non è il non-silenzio di John Cage, non è il nulla raggelato di Anton Webern, né il silenzio-colore di Salvatore Sciarrino, né lo sfondo delle tele temporali di Morton Feldman, e neppure l'afasia di Bernard Gunther.
(...)

Suono e silenzio, in Organ and Silence, sono non musicalmente, ma concettualmente ("teologicamente") correlati.
Il compositore insinua, con una buona dose di razionalità demistificata (equidistante da certo razionalismo ipertrofico così come da alcuni cascami irrazionalisti ancora in voga in certi milieux), il dubbio che, nonostante gli sforzi delle umane capacità di comprensione, resti incolmabile la distanza fra i limiti della speculazione intellettuale (ossia i "suoni" e la loro concatenazione logica) e il mistero della trascendenza (metaforizzata nel "silenzio").
E se per "mistero della trascendenza" ci è lecito intendere, in senso lato, tanto l'essenza profonda del linguaggio musicale (quel senso della musica che Giacinto Scelsi, muovendo da una personale concezione esoterica - affatto differente dal pensiero di Johnson - assimilava alle forze fondamentali che metterebbero in relazione l'uomo e il cosmo), quanto, in senso proprio, la sfera del divino - "totalmente altra" da quella umana -, non dovrebbe apparire forzato un parallelismo fra l'ultima dichiarazione del compositore sopra menzionata e la nota affermazione di Karl Barth, secondo cui: "I nostri concetti e i nostri termini umani, in quanto nostri, sono totalmente incapaci di esprimere Dio e il suo mistero; la loro possibilità di essere veri viene loro soltanto dalla rivelazione".
Ai misteri della musica e di Dio possiamo accostarci, senza pretendere di penetrarli, soltanto con l'umiltà del silenzio e dei pochi suoni articolabili dalla voce della nostra finitezza, pena l'interruzione di qualunque via di comunicazione (silenziosa) con essi: questo messaggio, in conclusione, sembra trasmetterci un lavoro profondo come Organ and Silence.


(per la recensione completa / for the complete review http://www.allaboutjazz.com/italy/reviews/r0104_017_it.htm)

(Ermes Rosina - All About Jazz)

Non preoccupatevi. Insistete. Non sono i diffusori del vostro impianto stereofonico a "mangiarsi" intere porzioni di disco. Tom Johnson, classe 1939, nativo del Colorado, è fra gli eredi più plausibili dell’“alea” cageana (e feldmaniana, avendo studiato per lunga pezza a New York col corpulento maestro di Crippled Symmetry). Lui, a differenza però di tanti altri suoi colleghi contemporanei (e perciò viventi), il silenzio non lo prende per boutade musicale, né sottogamba. Tutt’altro: Silenzio è il titolo di un libro di John Cage e molti compositori parlano dell’importanza del silenzio in musica, ma in realtà non se ne ascolta molto nel repertorio classico, o in altri repertori. In pratica, silenzi più lunghi di tre secondi sono estremamente rari in ogni tipo di musica”. Parola di Tom Johson. Se l’ultima sua uscita discografica a potersi dire strepitosa era il cd, edito nel 1999 per la Experimental Intermedia (XI), The Chord Catalogue, nel quale il nostro si cimentava con un set di corde vibranti lasciate libere di produrre suoni nel silenzio (in pieno accordo con l‘etica-estetica aleatoria), questo suo ultimissimo Organ And Silence ripropone una questione centrale nell’autore statunitense.
La questione dell’ascolto. La differenza fra sentire, ossia percepire coi sensi, ed ascoltare, ovvero elaborare "culturalmente" il percepito, non ve la devo certo spiegare io… il nostro sito, Sentire Ascoltare appunto, ne dice ovunque e bene… mi piacerebbe, invece, concentrarmi sulla questione dell’ascolto nelle opere di Johnson. Se il silenzio, spesso, impera in esse, centrale si rivela, paradossalmente, essere la problematica della "coscienza dell’ascolto" (e dell’ascoltatore). Talvolta pare che in Johnson la concentrazione sui propri vuoti travalichi il senso di tutta la sua materia. Non che ne sia il cuore (come in Cage), ma qualcosa di ancor più vitale: una fede incondizionata.

Detto questo, Organ And Silence (chiaro in ciò sin dal titolo) supera brillantemente la prova della fruizione. L’intensità, se non proprio il linguaggio musicale, qui diversissimo e si sente, eguaglia le vette toccate da Tom nel capolavoro Bonhoeffer Oratorium. L’aura respirata, in entrambe le opere, è eminentemente religiosa, liturgica.
Se Bach, nei suoi lavori per organo, o anche nelle sue partite per violino, avesse conosciuto John Cage, forse ci avrebbe consegnato qualcosa di analogo a questo catalogo (otto pezzi numerati: III, IV, V, VII, VII, XII ecc) di brevi inserti per organo in partiture di pieno silenzio. Silenzio come calamita e bordone spesso sul quale attrarre la nota e delinearne il contorno. Qualcosa di molto sensuale c’è in tutto ciò. Di molto fisico, di eccitante. Possedere il suono per violarne, nell’aura sacrale (in questo caso) del silenzio, il senso riposto. Johnson, in tal modo, è propedeutico, e non il contrario, a qualsivoglia maestro barocco si sia cimentato con strumenti a canne: da Buxtehude a Schutz, da Telemann a Bach, da Pachelbel ai tanti meno noti e oscuri che affollarono il Sei-Settecento musicale europeo. Visitare, sviscerare, approfondire l’elemento costituente ogni singolo fonema di quei grandi, implicitamente forse renderne omaggio, potrebbe essere la plausibilissima missione di Organ And Silence. Cage e l’arte del fugato barocco non son davvero così lontani…(né tan meno moderni).

(Massimo Padalino -Sentire Ascoltare)

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